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DA “VERY BELLO” A “DOGGY STYLE”

… ossia “delle 50 sfumature di inglese”.

Avremmo potuto titolare questo post con un pìù noioso “Il naming e l’utilizzo di terminologia straniera”. Oppure con uno stizzito “Ma come parli?”.

Sì, perché questo post parlerà di naming (ossia dell’arte di trovare un nome – possibilmente un buon nome – ad un prodotto, sia esso materiale o meno) e di brand. Per farlo, però. partiamo da due fatti di ‘cronaca’, uno più recente ed uno un po’ meno.

Il primo riferimento è al Very Bello! scelto dal Ministero della Cultura come nome della piattaforma online che vuole essere la ‘vetrina’ per gli eventi culturali che affiancheranno l’Expo. Al di là della scelta discutibile in assoluto di mescolare due lingue, una sorta di rappresentazione macchiettistica tipo Alberto Sordi in “Un americano a Roma”, la scelta risulta alquanto spiazzante per un motivo ulteriore: esisteva già, in versione femminile (ossia Very Bella), un marchio registrato per una linea di giochi/prodotti di bellezza per bambine.

Insomma, il Ministero della Cultura accoglie a braccia aperte per la propria vetrina cultural-turistica un nome che non solo rappresenta la macchietta dell’italiano che vorrebbe (ma non può) parlare inglese o, a seconda delle interpretazioni, la presa in giro del turista straniero che visita l’Italia e sa giusto tre parole, ma oltretutto è un brand praticamente già registrato sebbene in versione femminile.
Diciamocelo  è una triste figura nell’anno dell’Expo!

Ma Il Ministero di Franceschini è in “buona” compagnia… si fa per dire ovviamente!
L’Ateneo fiorentino, tre anni fa, titola una ricerca “Dalla pecora al pecorino”, improvvidamente  tradotto con un “From sheep to Doggy Style”. Chi ha un po’ di dimestichezza con  la lingua sa che la traduzione di doggy style è molto lontana dal formaggio pecorino, ma invece è una pratica sessuale il cui nome italiano si riferisce alla pecora. La facoltà di Scienze Agrarie ha fatto proprio una bella gaffe, resa ancora più imbarazzante dalla pubblicazione dl bando in questione sul sito del Ministero e poi su quello della Commissione Europea.
In confronto a ciò, il toelettatore per cani che apre un’attività chiamandola “Doggy Style” meriterebbe solo un buffetto. Infatti, se in questo ultimo caso il rischio è di trovarsi un possibile cliente anglofono che ricerca servizi di altro genere, chi sceglie di presentare la ricerca e la cultura italiana di affidarsi al traduttore automatico o alle macchiette meriterebbe di stare in punizione dietro la lavagna con il cappello da somaro.

L’italiano medio, dal dopoguerra in poi, ha sviluppato non solo una forte esterofilia (magari anche con qualche ragione) ma in particolar modo un fortissimo filoamericanismo. Dai telefilm ai jeans, passando per fastfood e cupcakes (tutte cose che chi scrive adora, peraltro), gli italiani sognano gli States. Vogliono ma, evidentemente, non sempre possono. Infilano i termini anglofoni ovunque, anche dove non ci stanno proprio: scrivono la riforma del lavoro e la chiamano Jobs Act (chiaramente sbagliando pure la traduzione come fa notare anche il sito della Treccani); un’Università rinomata come la Bocconi organizza una giornata aperta agli studenti già laureati e la chiama “Open Day Graduate” (che è uno strafalcione, come osserva sul suo blog Licia Corbolante, esperta di linguistica e marketing spesso citata dal già nominato sito della Treccani).

Sarebbe buona norma, infatti, applicare alcune regole fondamentali quando si sceglie un nome o si deve fare una traduzione, magari affidandosi a professionisti. Se si è comunque convinti di scegliere il “fai da te”, è una buona idea, almeno per iniziare, verificare il significato delle parole straniere, usarle solo in caso di necessità (ad esempio sto per lanciare un prodotto che con l’Italia non c’entra e sarà indirizzato all’estero), verificare che quel nome non sia già usato e registrato anche se in una declinazione diversa.

E infine porsi una domanda semplice semplice: “questo nome mi fa fare la figura di chi è abituato a muoversi in contesti internazionali? O mi sta solo facendo fare la figura di Alberto Sordi in Un americano a Roma?”

 

 

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